Il primo martire di mafia

puglisi

di Rosaria Cascio e Salvo Ognibene

Non è stato il solo, P. Puglisi, ad avere parlato di mafia a Brancaccio. Pochi anni prima di lui, nella stessa Parrocchia, tra la stessa gente, lo aveva fatto Don Rosario Giuè. Nel territorio di Brancaccio avevano già seminato bene le scuole, un’altra parrocchia, S. Sergio Papa, guidata da P. Pietro Leta, singoli cittadini che sulla propria pelle avevano sentito il peso delle botte come Paolo Agnilleri. E tanti altri. Perchè Brancaccio sapeva resistere alla mala pianta che portava in grembo, perchè non tutti a Brancaccio sono mafiosi. Anzi. Quando Puglisi arriva non parla a pochi ma a tantissimi ed a chi aspettava qualcuno come lui per riaccendere la fiamma della speranza e riprendere a lottare.
Ma non è solo di questo che parla “Il primo martire di mafia. L’eredità di P. Pino Puglisi” scritto da Rosaria Cascio e Salvo Ognibene ed edito dalle Dehoniane di Bologna.
Per la prima volta in modo così esaustivo e documentato, il libro ci riporta alla sera del 15 settembre 1993, dentro il Bucchieri La Ferla, il pronto soccorso palermitano in cui Puglisi fu portato. Da quella sera inizia un racconto che ci porta dritti dritti sino ad oggi, passando per i giorni successivi, le settimane successive. Gli anni.
Di Puglisi si è scritto tanto ed anche Rosaria Cascio ha pubblicato un importante libro sul metodo educativo e pastorale del suo amico sacerdote (P. Giuseppe Puglisi. Sì, ma verso dove?Il Pozzo di Giacobbe). Mancava, però, un’analisi attenta e documentata non solo sui fatti successivi a quell’omicidio ma, soprattutto, sul ruolo della Chiesa palermitana nella prosecuzione delle attività iniziate ed egregiamente condotte dal martire Puglisi. Che fine hanno fatto tutte le opere da lui iniziate? Hanno avuto una prosecuzione oppure sono andate a rilento o, addirittura, si sono fermate?
Per la prima volta in un libro viene analizzato proprio questo aspetto che risulta tanto più interessante quanto più si pensa che il 25 maggio 2013 P. Pino Puglisi è diventato il primo Beato martire di mafia. Attraverso interviste ai testimoni diretti, gli autori hanno ricostruito le storie di alcuni di quelli che, nei primi anni 90, erano i bambini di 3P (Padre Pino Puglisi), i destinatari della sua rivoluzione evangelica. Non tutti, oggi, sono sulla retta via, diversi di loro sono in galera. E’ la storia, dunque, di una rivoluzione interrotta? Nella seconda parte del libro, gli autori raccontano della possibilità di raccogliere la sfida, partendo dall’esempio di Puglisi ed estendendolo a tutta l’azione della Chiesa. Cosa succederebbe se venissero seguite fedelmente le sue orme? La Chiesa è un tassello importantissimo nel puzzle della lotta alla mafia. Insieme al fronte politico, giudiziario, economico, culturale e sociale, l’azione religiosa delle strutture ecclesiali potrebbe completare un modello di azione congiunta che rappresenterebbe un passo in avanti significativo. Ma è proprio a Chiesa che deve accelerare, che deve passare dalle parole ai fatti. Già Salvo Ognibene, nel suo “L’eucaristia mafiosa. La voce dei preti” edito dalla Navarra Editore, aveva raccontato di una Chiesa di luci e di ombre, di don Abbondio e di preti coraggiosi come Don Giacomo Panizza. Ed ecco, allora illustrati, in questo nuovo libro, i “come” ed i “cosa” l’eredità di Padre Puglisi può rappresentare proprio per quella svolta di cui stiamo parlando. Allargando lo sguardo a tutte le mafie che insistono in Italia, Puglisi viene rappresentato efficacemente come modello per i nuovi sacerdoti ma anche come interprete ante litteram dell’esortazione di Papa Francesco ad essere “pastori con l’odore delle pecore”. Una Chiesa del coraggio, una Chiesa dell’esortazione, una Chiesa guida a partire dal proprio esempio. Encicliche e Pastorali possono essere un importante contributo alla creazione delle coscienze per la promozione di una nuova teologia per la liberazione da tutte le mafie. Gli esempi non mancano e non sono solo casi singoli di sacerdoti o laici credenti che stanno conducendo importanti battaglie per promuovere una rinnovata azione evangelica nei territori. Gli autori hanno voluto dimostrare che c’è un’Italia che si muove e che potrebbe diventare scuola per altre realtà regionali e cittadine. Così viene raccontato in appendice “Il caso Emilia: buone pratiche”. L’Emilia, una regione ricca ed apparentemente disinteressata ai fenomeni criminali. Invece è proprio lì che si è celebrato l’importante processo denominato “Aemilia” che ha messo alla sbarra mafiosi e ‘ndranghetisti di tutto rispetto. L’Emilia, però, non si è lasciata intimidire ed ha saputo costruire percorsi di cittadinanza attiva e di pedagogia civile coinvolgendo più di i cinquantamila giovani nelle scuole e centinaia di comunità locali. Come dire, insomma, che cambiare si può. E Puglisi è, in questo, un modello esemplare.

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